Udine rinnova
la sua tradizione di città europea

“Già nel 1971 l’allora sindaco del capoluogo friulano, Bruno Cadetto, venne chiamato a Strasburgo per ricevere il riconoscimento di Udine come città europea per l’impegno a intessere rapporti tra i vari comuni del vecchio continente. Una vocazione che ancor oggi persiste rendendo la nostra città un luogo di scambio, di integrazione e di accoglienza”. Così il vicesindaco di Udine, Vincenzo Martines, ha aperto i lavori della Conferenza plenaria delle città gemellate, evento ospitato quest’anno a Udine e al quale partecipano i rappresentanti delle municipalità di sei comuni di altrettanti Paesi gemellati con il capoluogo friulano o tra loro. Nella suggestiva cornice di sala Ajace, infatti, oggi, 23 ottobre, si sono seduti attorno a un grande tavolo i sindaci e gli amministratori di Esslingen am Neckar (Germania), Neath Port Talbot (Gran Bretagna), Piotrkow Trybunalski (Polonia), Velenje (Slovenia), Vienne (Francia), Villach (Austria), oltre ovviamente a Udine, diventata per tre giorni capitale europea del gemellaggio.

Tema centrale attorno al quale si sono sviluppati i diversi interventi è stato la pace, visto il crescente fenomeno di immigrazione che coinvolge non solo Udine o l’Italia, ma l’intero continente europeo. Sui motivi che hanno spinto l’amministrazione comunale a organizzare la conferenza attorno a questi temi si è soffermato l’assessore alla Cultura, Luigi Reitani. “Se intendiamo la pace come assenza di conflitti armati – ha spiegato –, allora possiamo affermare che la pace è per noi una condizione ormai stabile. D’altra parte, se ci interroghiamo sui conflitti che in questo momento dilagano nel mondo – ha proseguito –, ci possiamo chiedere che cosa le nostre amministrazioni locali possano realisticamente fare per portare la pace a chi vive a migliaia di chilometri di distanza da noi, perché chi cerca oggi ospitalità lo fa soprattutto per raggiungere condizioni di vita più dignitose, per sottrarsi alla povertà e per sfuggire alla violenza delle armi o alla brutale violazione dei diritti civili”. Un interrogativo al quale hanno man mano risposto tutti gli amministratori europei presenti, raccontando le proprie esperienze e le azioni intraprese in favore di un’integrazione responsabile e consapevole tra le varie culture, perché “i problemi – ha precisato Jürgen Zieger, sindaco di Esslingen am Neckar in Germania – non vanno spazzati sotto il tappeto, ma affrontati e risolti, consci che le difficoltà legate all’inclusione sociale non si possono risolvere a tavolino, ma è necessario viverle ogni giorno creando dei network in cui ciascuno possa conoscere e accettare l’altro”.

Ma da dove cominciare? Pressoché unanime l’opinione che si debba partire dalle giovani generazioni, dall’istruzione e dalla cultura per una sempre più concreta integrazione generazionale. In questa direzione, dunque, sono andati gli interventi sia di Krzysztof Chojniak, sindaco di Piotrkow Trybunalski (Polonia), di Alexsandar Arsekic referente relazioni internazionale di Velenje (Slovenie) e di Patrick Curtard, vicesindaco di Vienne (Francia), che ha parlato di un modello di integrazione decentrato, ovvero di progetti di inclusione sociale già al di fuori dei territori comunali o nazionali e prima che i nuovi cittadini raggiungano la città di destinazione. Diversa la situazione del comune di Neath Port Talbot (Gran Bretagna), dove il 99% dei cittadini sono inglesi. “Questo non vuol dire che non dobbiamo occuparci di integrazione – ha spiegato Steve Phillips, direttore generale del Comune –. Anzi, proprio oggi ho letto che la Gran Bretagna nel prossimi anni aumenterà la propria popolazione di 10 mila unità, di cui due terzi immigrati. Ecco perché – ha concluso –  non possiamo non iniziare già da oggi a pensare al futuro e ai giovani”. Le problematiche legate all’integrazione sono di casa anche nella vicina Villach (Austria), dove il 10% dei 60 mila residenti è straniera e dove convivono 45 diverse nazionalità. “Pur con un governo regionale che ha fatto della lotta all’immigrazione uno dei propri cavalli di battaglia – ha spiegato  il sindaco del comune carinziano, Helmut Manzenreiter – da anni abbiamo attuato dei progetti di inclusione sociale come corsi di lingua, promozione di luoghi di aggregazione e corsi di teatro per bambini”.

Ma come evitare che il fenomeno dell’immigrazione diventi una possibile fonte di conflitto all’interno delle nostre città? “Occorre evitare la ghettizzazione urbana, scolastica e culturale delle comunità dei migranti – è intervenuto ancora Reitani –, ma allo stesso tempo è necessario contrastare la logica di un’assimilazione forzata. Per favorire questo confronto interculturale – ha concluso – non c’è dubbio che istruzione e cultura siano i settori maggiormente interessati, ma un ruolo importante assume anche la progettazione urbanistica. Costruire città della pace significa infatti costruire città in cui le relazioni umane non sono gerarchizzate e in cui non ci siano ghetti”. Ed è a questo proposito che l’assessore all’Urbanistica, Mariagrazia Santoro, ha parlato del progetto di Agenda21 e del processo di ascolto e dialogo messo in campo dal Comune di Udine per la redazione del nuovo piano regolatore comunale che sarà varato il prossimo anno.

In chiusura di giornata, infine, a tutti i presenti sono stati illustrati i progetti messi in campo dal Comune di Udine sul tema della pace, come il “Tavolo della pace”, di cui ha parlato Giorgio Peressotti del Cevi, il “Centro Irene”, spiegato dal professor Fulvio Salimbeni e delle iniziative comunali delineate da Renzo Roi del Centro servizio stranieri del Comune. Al termine dei lavori una visita guidata ai principali musei e monumenti cittadini prima di ritrovarsi domani, 24 ottobre, al Centro di accoglienza Balducci di Zugliano per l’ultimo giorno di convegno.